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Il tatuaggio di Karen

Al parco di Vigeland, di fronte al monolite con le figure intrecciate, Alfredo non può non guardare ossessivamente con la coda dell’occhio il tatuaggio sul braccio sinistro di Karen, raffigurante uno strano pesce marziano con cappello.

La notte precedente, nel festino a casa di Verena, l’informatica orecchiona e marcatamente new age, gli avevano spiegato che il loro gruppo era conosciuto in città, o meglio ne suoi sotterranei festaioli che lasciavano intatta la superficie delle cose, come i Nommos, dal nome degli dèi anfibi della tribù Dogon del Mali.

Nommo, dicevano, per i Dogon significa “dare da bere”. E gli passavano una bella lattozza ghiacciata, di quelle ammaccate ma veraci, con la goccia che cola e il sapore amaro, dicendo “Dagli da bere, allo Spaghetti!”

- Bisogna dare da bere alla gente. Nuova saggezza. Nuove capacità. Eccoci qui… Gioventù anfibia, ermafrodita: catastrofisti ma divertenti, prima che sia troppo tardi! Come è che diceva Stratone…νεκρὰ δὲ Δευκαλίων αὐτὰ κατακλυσάτω… E quando son morti ricoprili con l’inondazione di Deucalione!

Alfredo rideva allibito in un angolo. Il norvegese era una strana lingua. Sotto effetto dell’alcool pareva quasi clownesco. Ma quella mattina al Vigeland, dopo essersi fatti mezza città in autobus sotto costante osservazione delle vecchiette a bordo, che vedevano questi due giovani violacei andarsene a giro un po’ stravolti apparentemente senza una meta, Karen gli confessò i retroscena dei Nommos. Avevano tutte le caratteristiche di un gruppo di invasati senza requie che avrebbero voluto essere geneticamente modificati in esseri con le branchie.

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