Manifestazione esteriori di un supposto stato interiore

People don’t seem to understand that it’s a damn war out there.

(Jimmy Connors)

unsecolodisport19.jpgIl fatto che Jimmy Connors sia ancora in giro fa di Mozzarella uno gnostico in agonismo, uno che senza indugio suppone di aver compreso il senso da dare ad una certa cedevolezza della materia umana. Uno gnostico in agonismo che sta in ballo tutta la santa settimana col suo entrare nel livello agonistico, l’élite d’invasati militareschi della sezione Agonistica del suo prestigioso club di tennis bolognese. Pervaso d’agonismo, e di tasse troppe alte, che i suoi adesso non possono più permettersi, a fronte dei tour internazionali di sua madre. Ha talmente mitizzato Jimbo e i suoi grugniti, il notorio rovescio a due mani, le sue bordate violente, caparbie, che ci dialoga nella penombra ogni sera, come con un santo, davanti alla foto di Wimbledon ’78, inginocchiato su di una confezione gialla di noccioline M&M’s cosparse in un angolo della sua cameretta. Al mattino si ritrova dei pacchiani lividi variopinti, disseminati sulla flaccida carne attorno alle rotule. Capisce che sentirsi ridicolo è solo una tappa conclusiva della sua promozione all’Agonistica, da superare con grinta. In quell’immagine sacra, Jimbo pare essersi lanciato di corsa dalla sua suite distante chilometri, indossati di fretta i vestitini bianchi spartani nell’abitacolo di un taxi, per piombare all’improvviso tutto trafelato fino al campo di tennis in erba e mettersi a spingere la palla di là dalla rete con furia sempre maggiore. Un accorrere casuale. Anche se Jimbo non lascerebbe mai niente al caso.

“Non puoi abbracciare il caso”, direbbe, “perché se abbracci il tuo maledetto rivale, non sarà più il tuo rivale. Le ho prese sode da Bjon Borg, idem da John McEnroe. Più volte. Pensi che li abbia mai abbracciati o sfiorati in qualche cacchio di modo amichevole, a fine partita?”

Non puoi abbracciare il caso, nemmeno a fine partita, pensa Mozzarella.

“Oggi non ho sentito alcun miglioramento”, confessa Mozzarella davanti al suo santuario improvvisato.

“Niente più di ieri. Stesso flaccidume.”

(Jimbo sta arrivando sulla palla.)

“Da menzionare che il coach mi ha mandato a fare una doccia…”, dice abbassando la testa.

(Jimbo sta valutando dove deciderà di muoversi la coscia destra dell’avversario.)

“Sì, mi ha sbattuto fuori dal campo perché ho sculettato davanti al padre di Ricky.”

“Sono cose che non si fanno, ha detto, in un allenamento.”

“Con il padre di un tuo compagno.”

(Jimbo sta stringendo la sua racchetta Wilson argentata con maggior saldezza.)

“Era un modo ironico per esultare. Mica provocatorio”, dice serioso.

“Il padre di Ricky mi ha preso poi da parte, al bar.”

(Jimbo sta seguendo la palla che spazza via invisibile la riga bianca del fondo.)

“La devi smettere, Mozzarella, colle tue maniere americanoidi!”, riporta per intero Mozzarella, imitando il tono stizzito.

Una nocciolina M&M’s blu si spezza sotto il suo peso.

Crede che quel padre di Ricky stia firmando la condanna al non-agonismo di Ricky, con quella ricerca esasperata e tipicamente inglese di fair-play a bordo e dentro il campo…

“I newyorchesi amano vederti sputare il fegato, sai?”, questo il responso di Jimbo, il ragazzaccio vincente in foto. “Sputa il tuo fegato a Wimbledon, e quelli interrompono la partita e lo raccattano dal suolo, ripulendo tutto”.

Non congiunge le mani come a pregare, sta a braccia conserte, imbronciato, il grasso delle braccia gli s’ingrossa tra le pieghe. Sua madre, la Clarabrona, è appena tornata dalla Svezia. Due settimane fa era in Danimarca. O forse Finlandia. Attualmente sembra avere una certa propensione per i paesi del Nord. Nei paesi del Nord le palle schizzano più veloci, i campi sono in maggioranza sintetici, il gioco più convulso e a rete, i giovani tennisti si suicidano per un tie-break andato storto o per un’indigestione di gelatine zuccherate. Nei paesi del Sud è invece tutto un pallonetto, una colombella, un gioco effettato, la palla non schizza via sicura ma gira su stessa infinite volte: un indulgere ipnotico per un pubblico tediato dal ritmo.

Suo padre entra in camera e lo invita con un cenno secco a scendere, per salutare mamma, di ritorno dal suo tour. Le sta prendendo un po’ da tutti. È visibilmente debilitata dai suoi incontri. Ma continua ad andare avanti. Chissà a che punto sarà della classifica. La madre di Mozza’ è una donna tarchiata, due occhialoni scuri sul naso, i capelli finissimi che le scendono come spaghetti scotti da una riga nel mezzo marcata, guance rigonfie, implose verso il centro, una risata maschile, non disgustosa, dovuta alle Nazionali. Per questo il nomignolo di Clarabrona. Adora grattare la schiena al figlio, su fino al collo, con vigore, come volesse raddrizzarla. È immobilizzata sul divano. La stanchezza di tutti quegli spostamenti.

“Com’è andata stavolta?” dice Mozzarella, mettendosi al suo fianco, in attesa di una grattata. Lei guarda fissa davanti a sé, come se dialogasse con le tende semitrasparenti del salotto.

“Bene. Dicono che dei sintomi non ce ne possiamo fare un granché”, risponde lei, sarcastica. Stringe in mano uno di quei barattoli di salsa dolciastra e rosata, con piccoli cadaveri d’aringa salata che spuntano trai denti all’improvviso, tipici delle interminabili colazioni svedesi. Porta sempre, al suo ritorno, un souvenir. E spesso i souvenir che la Clarabrona ha con sé all’arrivo, accasciata sul divano, sono simboli in dettaglio di come si è sentita nel posto appena visitato.

“Aggiungono, poi, che sono ancora troppo giovane”, continua lei. “Per fortuna”, aggiunge ridacchiando.

“Pensa che io ho scoperto che sono il più giovane tennista del club che accederà all’Agonistica”.

“E quando, Mozza’?!”

“Tra poco, ci accederò, tra poco, mamma. E sarò ancora, fra un po’, il più giovane tennista. Un prodigio.”

“Il coach che dice?”

“Il coach non ci capisce niente. Dice che sono volgare, un esasperato, e allo stesso tempo un rammollito. Che si muove senza direzione sul campo.”

“E tu cosa pensi?”

“Penso che sto migliorando a vista d’occhio. Penso che la mia forza stia migliorando a vista d’occhio. Mi sto pure rassodando.”

La dieta serale di Mozza’ è la tipica dieta truccata del tennista. Infarcisce e arzigogola piatti di per sé nutrienti e sani con barocchismi di sostanze compromettenti come mostarda, ketchup, burro, tartara, polverine, zuccheri a velo. Accompagnando la digestione di questi abbellimenti con bevande energizzanti, integratori di sali minerali, alcune note ai più, altre sconosciute, come fosse sponsorizzato. La Clarabrona ne ha abbastanza di raschiare a fondo quei piatti e quei bicchieri unti come di colla, poggiata sul lavabo. Le sue mani non reggono più bene. Questa sera un piatto si è rotto, quello di Mozzarella. Il padre di Mozza’ è balzato sulla sedia. Poi, senza scomporsi, ha abbassato la testa mesto, continuando a sbucciarsi meticolosamente una pera come seguendo il filo di un ragionamento perverso. Il suo bambino non è obeso. Tutto quello spreco d’energia, uno spreco a tratti interiore, a tratti esteriore – che si rende ora visibile a fine cena per una macchia verde radioattiva di liquido energizzante che brilla ai lati della bocca – pare preservarlo dall’obesità, ma anche da una certa tonicità. Una Mozzarella, bianchiccia e atona, come lo chiama il coach. Che sguazza nel suo latte rancido.

Ma è di certo un sognatore ingolfato dalle sostanze. Stasera sogna: la sua dieta serale ideale del tennista. A cena arriva Jimbo, con un leggero e perdonabile ritardo, la sua zazzera tagliata male da periferia. Ha portato con sé un tacchino enorme, quelli con i calzini alle zampette, roba tipicamente americana. Lo porta in spalla come un porta-racchette. Accorrono a cena tutti i giocatori dell’Agonistica del club di Mozza’, una ventina, uno per uno in fila come un plotone, composti e algidi come manichini incellofanati nel sudore. Jimbo abbellisce la pelle arrostita del tacchino con volute di senape, grugnisce infarcendone le cavità con più roba possibile, presa a casaccio dagli scaffali con leste volèe. Si pulisce la fronte bisunta sul polsino di spugna. Afferra l’animale bruciacchiato per le cosce e ruggisce. Finisce il suo stupro, alza le mani al cielo ringraziando tutti, e commentando, col suo motto: “La vita: prendila o perdila.” Pezzi d’interiora misti a zucchero a velo gli cadono dagli zigomi.

Suo padre fa le foto a Jimbo, a Mozza’ e agli altri assiepati nella cucina. Gli scatti sono istantanee feroci, le espressioni sature di spasmo, si enfatizzano le tensioni dei muscoli facciali durante il masticamento della carne tigliosa. Sua mamma a fine cena è felice di lavare tutti i piatti, è agile, non ne rompe nemmeno uno. Quelli dell’Agonistica sono felici di aver conquistato un piccolo francobollo ciascuno di tacchino, quest’ostia benedetta nelle mani di Jimbo. All’improvviso un giocatore dell’Agonistica pare soffocare per il pezzetto andato di traverso, poi un altro, poi un altro ancora. Tutti quelli dell’Agonistica, nessuno escluso, stramazzano al suolo. Jimbo si rivolge verso Mozza’, appoggiandogli una mano sulla spalla.

“L’esperienza è un grande vantaggio”, dice.

“Il problema è che quando c’è l’hai a disposizione sei fottutamente vecchio per usarla.”

Mozzarella è stato ammonito sul 6-4 5-2 per il suo rivale a Castelmaggiore perché si è issato sul seggiolone dell’arbitro come un pirata all’arrembaggio, a denti digrignati. L’hanno dovuto trascinare fuori di peso a Granarolo sul 6-0 5-1, dopo aver vomitato tutto il suo energizzante ai frutti tropicali sulla faccia del suo rivale, ad un punto dalla sconfitta. Si è dovuto barricare con suo padre negli spogliatoi di fronte ad una masnada inferocita di nonni e zii che lo voleva impallinare ad Imola: l’unico rovescio a due mani ben assestato nella partita ha incontrato la fronte dell’avversario. Al Junior Tennis di Rastignano si ricorderanno in eterno del suo fondo schiena floscio sporco di terrarossa.

“Odio perdere più di quanto non ami vincere. Non sopporto la faccia felice di chi mi ha battuto”, avrebbe commentato Jimbo.

La Clarabrona assisteva a tutto questo sogghignando dalla sua lucente sedia a rotelle, a bordo campo, con uno dei suoi souvenir dalla Norvegia ancora in mano, un alce di peluche smidollata che s’illumina negli occhi se le strizzi la pancia. L’alce gli ha procurato la sedia a rotelle, in una delle sue visite mediche non particolarmente riuscite. Sta sicuramente scendendo in classifica. Il suo avversario principale ha ora il nome di un dottore osteopata di Bergen di inizio novecento.

“Sei entrato finalmente?” chiede lei, aggrappata al divano, visibilmente dimagrita. La sua ultima tappa del tour le ha mutato i connotati, da quelli di un calabrone a quelli di un mastino rinsecchito. Non ha alcun souvenir tra le mani. Forse, pensa Mozza’, stavolta è incappata nella Groenlandia. In Groenlandia non ci sono souvenir da portare a casa.

“Credo d’essere troppo giovane, per entrare”. Sta inzuppando per colazione una barretta energetica Booster gusto banana in un ricco caffellatte con uno spesso doppiofondo di miele e cioccolato.

“Tutte scuse. Pensa al tuo Jimbo. Aggrappato a due mani fin da pargolo a quel gracile rovescio, come fosse aggrappato alle palle dei suoi avversari. Non li ha mollati un minuto.”

“E io ho tutti contro: maestro, arbitri, avversari, linee del campo, pressione delle palline, condizioni atmosferiche… ho uno stile troppo americano per vincere, in Italia. Mi ci vorrebbero altri campi, e soprattutto, altre folle…” fa Mozza’ biascicando la barretta trai denti.

“Diavolo,” gli ha confessato ieri notte Jimbo, interpellato nell’oscurità, “il pubblico del tennis dovrebbe essere sostituito da… Vorrei avere lo stesso pubblico dell’hockey, del baseball, del football. Non me ne frega una mazza che sappiano le regole del tennis, tutti quei codici da femminelle, le loro buone maniere. Devono venire a fine match e dirmi: cazzo, non avrei mai pensato che uno di voi borghesucci col calzino bianco avrebbe potuto spaccarsi la schiena e sanguinare per il mio puro piacere!”

Sibilano come proiettili in trincea le palline del campo numero 5, il campo dove l’Agonistica macina carboidrati ogni giorno, consumando suole e confermando muscolature. Mozzarella è appoggiato alla recinzione. Sente che sta quasi per raggiungerla, ancora un passo ed è fatta. Ancora un po’ di grinta. Ancora qualche pugno chiuso, qualche ruggito. Nessuna concessione al caso. Dall’altro lato del campo, Jimbo lo osserva come un angelo custode non enfatico. Con uno stecchino si toglie i pezzetti di tacchino rimasti dalla scorpacciata.

Sua madre ha concluso adesso il tour internazionale. Come Jimmy Connors contro Michael Chang, l’odioso tennista cino-americano, nel Roland Garros del 1991, si è avvicinata all’arbitro, il francese Bruno Rebeau, confidandogli in modo scorbutico di averne abbastanza.

“Ne sei certa?” risponde, garbato e francese, Rebeau.

“Se ti dico che non ne posso più, credici.”

Il pubblico si alza in delirio e dà l’ultimo saluto alla combattente, che s’inoltra nel tunnel scuro d’uscita, ignorando l’avversario vincente, mentre ripone la racchetta freddamente.

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