U!R!Faust! pt. 1

URFAUST (crash-tester)
MEFAUSTOFELES I, II, III, studenti (dummies)
MARGRETE (la valigetta ventiquattrore di Urfaust, contenente le foto del suo passato)

Pareti ammaccate, crepate, graffiate, contuse, grigie. Alcuni cerchi rossi su di esse, che individuano meticolosamente i colpi, le fitte, nere, alcune quasi profonde, altre superficiali. Due sedie, o meglio grossi sedili d’auto, da monovolume, girati di spalle, collegati alle pareti da delle guide a terra. Catapulte. Entra Urfaust, crash-tester, sessantenne un po’ imbolsito, occhiali scuri, baffo brizzolato, stempiato, ma curato. Si siede su di uno sgabello posto a metà tra le due sedie.


I.

URFAUST:
Divinità è: comprendere che: ogni volta
La stessa storia da provare, visto il rivisto,
che: nulla possiamo conoscere se non
testare: testare di nuovo, scrivere questi
segni su ostacolo, poi su carta. Su ostacolo,
poi su carta. Avvisaglie del prossimo giorno,
prima d’altro ostacolo: Interpretare è la sola
vera beffa, ragazzi. Con stupefazione,
continuate a gustare l’urto. Sta arrivando.

(Urfaust spalanca le braccia,
le fa nascondere dietro i sedili,
tira fuori due teste di dummies,
suoi studenti. Due teste che penzolano,
meccanicamente penzolano.
Si rivolge a loro.)

Nulla si può sapere, se non scontrarsi,
col pasto freddo delle circostanze,
col nudo take-away infagottato,
ab ovo fritto, già di prima colazione
uovo schiantato, apparente
mente senza pretese, che bello…
Contro queste tre pareti contuse,
tre bianche polaroid amare del mio cervello…

MEFAUSTOFELE I:
Solo pareti, del cervello.
Conftuse. Conftuse. Conftuse.
Lei riesce, percepisce, il martello,
la minimal-techno-lalia dei suoi figli provetti?
Un tam-tam-burellare delle dita,
su banco da laboratorio, moltiplicato.
Tavolo da scienziato tocco, b-cult indaffarato.
Sacrifica ognuno la gomma, all’urto,
la gomma torna linfa, la linfa fa fango,
il fango goes to Go-Gol’em:
enorme grassa risata,
che disincanterà ogni ostacolo,
li seppellirà tutti. Go-Gol’ ‘Em:
Il suo, d’ostacolo. Le sue, di tre pareti,
i suoi bei bifidi segni celesti.

URFAUST:
Che gran dramma istrionico-politico,
eccellenti battute di spirito,
ben messe in bocca, ai miei pupazzi
da qualche Baba indiano:
stai scherzando, lo si sa,
l’ironia affascina i giovinastri, quando si
mira, si spara, si chiappa la preda,
finché non ci si sloga, una spalla,
ci si spezza la spina dorsale,
al rinculo del fuciletto, a salve.
Ma ci siete voi,
gomma fresca, resistente,
occhi fermi come
il destino demente,
pronti allo scatto,
che mi spingete al perno della giostra,
e rilanciate la posta.

Perché chissà quante volte, azzardato:
tirati i remi in barca, smocciato,
congedata la banchina,
tremato all’instabile crociera
tragitto sicuro all-inclusive:
quasi come non visto, più affatto,
o visto troppo piatto, troppo,
melancolizzato.

Resistete, my fairy babes, miei studenti,
il prossimo schianto sarà migliore o peggiore,
per chi? Mi chiedete… che importa!
Bisogna far progredire la linea del
grafico, aggiustando ascisse, coordinate,
far camminare la Scienza,
virare l’oggetto, del desiderio:
volete oggi Audi? Domani Subaru?
Il Sol Levante atterrisce già all’alba?
Testiamo l’ultimo modello di hamburger,
la sua ultima combinatoria,
Testiamo l’ultimo modello di letto,
la sua ultima combinatoria,
Testiamo l’ultimo modello di amante,
la sua ultima combinatoria,
Testiamo l’ultimo modello di Iddio,
la sua ultima combinatoria,
Testiamo lo schianto di Armani nel buongiorno
dei saldi. Lo schianto sulla vetrina di un bel
cardigan. O l’impatto, che lascerà
Prince col suo prossimo album,
l’impatto sulle hit list, del vecchio soul
osé sculacciante.

Anche se solo soletto non so,
oltre questi tre schermi,
oltre queste tracce divine, prevedo
altro ostacolo. Qui, qui soltanto uno spettacolo.
Ancora. Da interpretare. Per il pubblico.
Da imboccare. Per il critico. Da ragguagliare.
Per il politico. Da ammanicare. Niente
Fotturo per loro. Da prevedere.
Tutto a voi, col solo limite di pazientare.
Già gestire un’incognita è un bel incognitare,
che, dunque, fan due. Cognitare o incognitare,
questo è il dileg… Il dilubbio. Dilubbio universale,
su voi: Incognitariato, sogno irrealizzato…
lavorare, non lavorare, smaterializzare.

II.

MEFAUSTOFELE II:
Dice incarognito? Deprezzato?
Ancora sogna? Il suo sogno ci sveglia.
Di sonno. Sempre su, oh! Basta sogno.
Sonnecchiare, sonnecchi pure: è degli Anticchi.
Che tiravano su edifizi retti da cacchi,
sognando che un dio se li prendesse
a vacanza, per rilassarsi, conservarsi:
sognare a sua volta, enne volta.
Ma il sonno sogna altr’astri: dei disastri.
Il sonno assegna capri ai rostri:
c’è un lungo sonno che accontenta
mancini e destri, nani su spalle,
pederasti, e assomma, uno dei mostri maestri:
Guadagno, Gain, & again, & again…

E lei ci vede del guadagno? Del progresso,
in questa scatola nera cinese?
Nient’entrate, né uscite. Chiuso il sistema,
destinato ad una lenta estinzione,
insolente solerte e insostenibile.
Tre pareti, tracciate, facce gommate.
Go-Gol’em, al suo interno,
riprodotto a nostra immagine,
violentemente, urto dopo urto,
che li seppellirà tutti, coi loro segnacci
ambigui. Qui già tutto vive dei suoi studenti.

URFAUST:
Il progresso, dici, delle Scienze:
è fatto di shock. Nel tedesco, ad exemplum, la buffa
corrispondenza di Sogno e Trauma:
Sogno sia Shock, anzi suo figlio,
e cagna gravida e nera, che è meglio,
che la calci di notte, per le strade,
per passatempo, ed è tutto simbolico,
perché Sogno, conviene che sia così,
abominevole e abbondante, di simbolo.

È un’ipoteca sul Fotturo,
una cagna pregna, rintronata.
Sia così il tuo spirito,
libero nel vuoto di una notte,
tuo apprendista modello, studentello,
apprendistato a vita, mio Fotturo.

MEFAUSTOFELE III:
Niente Fotturo!

URFAUST:
A negare sono buoni tutti ormai.

MEFAUSTOFELE II:
A basculare forse meno.
Avanti e indietro,
al primo basculamento, vergini
d’urto, e sempre sanguinanti,
come fosse effettivamente la prima volta, o l’ultima,
in macchina, nei pressi di un precipizio.
– Qual è il tuo nome, carina?
– Margherita, tesoro. Già detto.
– Oh Margherita, fai m’ama, non m’ama:
alla svelta, il tempo basculerà in avanti
per almeno qualche giorno, potremmo
perderci, nell’indecisione.
Frasi fatte, perché si è sempre lì,
precipiti sul precipizio,
ma nell’indecisione, vetri appannati.

III.

URFAUST:
Chiami in causa Margrete, lo solletichi.
E Margrete arriva. Lo sapete
che, quando melancolizzo,
bilioso in viso o rubizzo di voluttà
mitraglio sul serio
su ogni diavolo d’oggetto del desiderio.

Margheritina, apriti, scrigno prezioso,
rispondi alla combinatoria,
la tua fresca carne di germoglio,
le tue anche bombate da divina,
ma che gelida maniglia…

MEFAUSTOFELE I:
Margherituccia, farei, fossi in te,
m’ama e non m’ama: la combinazione
azzera, il tempo basculerà, lo shock ci farà
perdere la memoria: non male,
che spesso accada.

URFAUST:
Ora che si apre,
l’astuccio Margherituccio,
bagaglio di dolcezze,
mi mostra le immagini autentiche,
bocconi dei tempi maturi,
per l’azzeramento
d’ogni combinazione, di ogni eccesso
si faceva incetta, la rivoluzione era
il vanto del momento.
L’amore andava
alla stragrande, forte come
cuoio capelluto lungo, mal
lavato: L’amore, il suo
balsamo vischioso alla pro-vitamina.

Qui, Roma, nello scatto, il serio mangiabambini,
in panne per la Cina, oggi nell’annovero.

Lì, Parigi, nella pellicola, la pruriginosa femmina,
gonna e pugno su, oggi nell’annovero.

Là, Bologna, nel reportage, novello Davide, avvezzo
al sampietrino, oggi nell’annovero.

Su, Milano, nell’impressione, la lesbica vampira,
folto vello pubblico, oggi nell’annovero.

È tutto documentato,
senza sospetto,
l’annoverosa schiera,
i piedi stretti, di una generazione
che avanza, si fa dello spazio,
la frusta della folla che genera
una nuova idea: la Nuova Idea,
da testare. Non c’è migliore idea,
in questo iperuranio svilente,
in questo materiale platonismo,
che crearne un’altra.

Con quale pena un posto, abbandonare,
eppure non si può restare, in un posto:
le idee devono circolare e mutare,
per cambiare un po’ d’aria, bisogna
farci spazio, ricavarci dello spazio, e poi
cambiare, incasellare qualcun altro e
cambiare, modificare i connotati,
falciare i denotati, testare, l’idea
fino a sfinirla:
generazione su generazione,
cane sciolto senza padrone fisso,
su cane sciolto senza fisso padrone.

MEFAUSTOFELES II:
Tu hai solo la faccia di ciò che comprendi.
Chi vuole almanaccare il vivente
deve prima accalappiare la vita,
poi ha le varie parti in mano,
o sulla sua griglia ardente di concetti,
senza la loro vivida gomma flessibile.

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