La Pelle degli Ocelot. Cronache messicane

La disfatta degli Aztechi, che ancora oggi i messicani sembrano portarsi appresso, contiene in sé un paradosso irrisolvibile, un rivolgimento delle forme, una doppia e fatale illusione della vita: il ritorno utopico di un dio, Quetzalcoatl, avvenimento da venerare grandemente, avrebbe coinciso con la fine concreta e repentina di un’epoca, la sconfitta ideale del Colibrì Azzurro, protettore e fondatore spirituale della Città del Messico, sarebbe consistita nella concreta e inflessibile depredazione di ogni persona, bene e luogo sacro ad opera della cecità spagnola. La sorte negativa di Moctezuma fu proprio quella di dividersi tra il Serpente Piumato, dio di saggezza e semidio di tutta la Mesoamerica, nelle sembianze del quale il tlatoani di Tenochtitlán raffrontò fatalmente quelle di Hernan Cortéz, e il Colibrì Azzurro Huitzilopochtli, il potente dio della guerra e del sole, al quale la stessa città splendente fondata per sua indicazione sul lago Texcoco era votata.

Quello che oggi chiamiamo con modi da sociologia raffinata mestizaje, metissage, non è altro che la fondata del sangue colato dal ego te absolvo, depositatosi nel tempo nei bacini della Storia e per le avenidas del Distrito Federal (DF), mescolato ad un po’ di salsa chipotle ad uso dei turisti inglesi che addentano i propri tacos agli incroci degli isolati.

Le due facce dell’illusione, del doppio mito fondatore della cultura messicana, si intrecciano così in questa parabola macabra, e la deposizione di Moctezuma, che accolse a braccia aperte il leader spagnolo facendolo penetrare integro e coccolato fin dentro la sua fastosa dimora, vestito in maschera da Serpente Azzurro, ha il sapore di una grottesca umiliazione stentorea.

In Messico le cose oggi appaiono in parte cambiate. Le gesta e la eco di Quetzalcoatl, i sacrifici umani di massa, vera e propria promozione divina degli immolati, il mito fondatore di Tenochtitlán, quello dell’aquila che ghermisce il serpente sul nopal, la migrazione della tribù azteca raffigurata dal Codice Boturini, come il suo crollo permesso oltretutto dalla diffusione di malattie di marca europea come il vaiolo, sono materia di insegnamento e dottrina dei nonni, così come la storiella della Vergine di Guadalupe, mirabile tentativo di esproprio e offuscamento del culto che tutti i messicani portano impresso come un tatuaggio nel petto, un logo cristiano che ha il valore fondante del marchio Volkswagen dei maggiolini taxi pirata.

Altre narrazioni, altre storie preziose, prendono così il posto di quella tradizionale e destinale: una pelle magnifica dell’ocelot, quei giaguari che giravano leggiadri per i giardini della corte di Moctezuma.

Se ad esempio abbiamo la nostra riconoscibile faccia da indio e siamo meno famosi di Jorge Campos, dei lustrascarpe del Zocalo, oppure sguatteri al ventunesimo Starbucks di Città del Messico senza grandi aspettative di promozione, e ogni tanto sbirciamo alla tv, rifuggendo gli sguardi dei nostri superiori o controllori, scopriremo, nel corso degli ultimi decinni, che Anche i ricchi piangono, che proprio tutti, anche se raschiano il fondo di un piatto unto di marmellata o la punta di uno stivale, possiedono nella loro esistenza oscillante tra Gloria e Inferno, un Cuore Selvaggio o un più coriaceo Cuore di Pietra, rivolto verso un Piccolo Amore da preservare, o diretto disperatamente a una donna più matura, si chiami Laura, o Regina, o Semplicemente Maria, e che si mostra a tutti gli effetti Libera d’amare.

Ci renderemo prima o poi conto che questo mondo, è qui, dietro l’angolo, sta accadendo adesso: lo stanno producendo negli stabilimenti della catena televisiva Televisa, nel sud di Città del Messico, nel quartiere San Ángel. Stanno girando metri e metri di pellicola nelle floride ville con piscina, tra le strade selciate e poco trafficate, dietro le pareti variopinte delle enormi case le cui facciate sono invase dalle piante rampicanti. Lo stanno facendo ad esempio nella Calle del General Aureliano Rivera, a due passi di Televisa San Ángel. La pelle dell’ocelot, che i guerrieri azteca indossavano in battaglia, continua a lustrarsi in quella via.

dicembre-raveggi-mexico-3.jpgLa nostra telenovela possiamo così chiamarla: La Pelle degli Ocelot. Avrà come protagonista una coppia di giovani messicani, gli Ocelot, appena sposati, genitori di due teneri bambini, che si presentano nei primi giorni di novembre al numero 17 della suddetta via. L’aria è tiepida, il sole abbaglia la vista, ma non arroventa le teste dei due piccolini. Gli sposi stringono repentinamente la mano ai proprietari, una coppia di tedeschi proprietari di mezza via e di una piccola catena di ristoranti tipici nel Messico del Sud, quelli con i pappagalli assordanti chiusi in gabbia, con le loro cucine che preparano cochinita pibil avvolte in foglie di banano.

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Quella casa in stile coloniale chiamata a chiare lettere El Zacatito sul frontone dell’edificio, con l’antistante crocifisso in pietra e la facciona del Cristo incassata in rilievo, in bilico tra lo scherzo e l’anatema, sembra averli magnetizzati talmente che dispongono il pagamento di un intero anno d’affitto. Un milione di pesos e il pesante portone in legno massellato si apre ai loro piedi.

Alcuni vicini dicono di aver scorto il salone, i suoi mobili e il grande tavolo di noce ancora coperti con i teloni di plastica. Per questo iniziano a girare voci sulla pignoleria un po’ asfissiante di Quelli de El Zacatito. I bambini allora non escono per una certa maniacalità di lei, donna in carriera, ma dalla saggezza antica, disciplinata, che sa che le minacce della vita di oggi si trovano a pochi passi dal selciato, sull’asfalto del viale Periferico battuto da migliaia di station-wagon e gipponi ogni giorno. Bisogna tenerli nell’ovatta, sotto teloni di plastica come la mobilia del salotto. Il Messico non è tranquillo come sembra, non è semplicemente un paesino in stile coloniale in scala maggiorata, così come si mostra da Calle Aureliano Rivera.

Le prime puntate di La Pelle degli Ocelot mostrano così una famiglia perbene, un po’ ossessionata dall’asprezza della vita messicana, segnata dall’inquietudine legata all’agiatezza di ogni famiglia altolocata. Gli episodi si susseguono mancando però di una certe suspense, il pubblico si annoierebbe mortalmente, anche se una buona fascia di esso si riconoscerebbe nella condizione di El Zacatito. I produttori pensano così ad una svolta, a partire dai personaggi, e prendono lui, il marito meno in vista, come vettore di un balzo in avanti grintoso.

Lui lavora in una azienda che si occupa genericamente di trasporti import-export. Il lavoro va a gonfie vele e i suoi colleghi sono disposti ad incontrarlo pure a notte fonda per la programmazione settimanale. Lei non pare turbata da queste incursioni. Qualcuno dell’azienda nel cuore della notte perde a volte il controllo e grida qualche imprecazione: non possono davvero perdere l’acquirente californiano che firma il 40% delle transazioni…

dicembre-raveggi-mexico-2.jpgI vicini cominciano ad infastidirsi: la serenità di Calle Aureliano Rivera dovrebbe essere salvaguarda. Entra così in scena il Professor Bernal, un docente universitario che vive lì da oltre trenta anni. Solidarizza con un altro vicino, il maestro di musica Ortiz. All’inizio pare che il loro interesse per la famiglia di El Zacatito sia dettato più da filantropia che dall’arcinota indiscrezione del dirimpettaio: vogliono capire perché qualcosa turba quel microcosmo, piuttosto che impicciarsi o lanciare giudizi a sproposito.

– Salve, vorrei presentarmi, vivo qui a fianco, è qualche mese che siete qui, dunque… Ecco, sono il Professor…

– Uno non può stare mai in pace in questo paese di merda a fare gli affari propri, eh… – gli viene risposto garbatamente dallo spiraglio che si apre nel portone.

– Non volevo disturbare, scusi pertanto il disturbo. Professor Bernal, tutto qui.

Chinga tu madre, cabron.

L’opinione su Quelli del Zacatito nei dintorni cambia così repentinamente. Le riunioni di lavoro notturne si fanno più frequenti. I colleghi portano con sé grosse valige, come fossero una banda musicale di strada o un gruppo di mariachi. I promoter delle aspirapolvere vengono cacciati in malo modo davanti al portone di casa. I promoter delle creme snellenti per gambe vengono insultati in malo modo davanti al portone di casa. Sputano in faccia ad un clochard vestito da Babbo Natale che chiede qualche pesos. Sul lato destro del portone appare il messaggio: “Voi di Sushi Itto, non ci interessa il vostro menu di pesce marcio, non azzardatevi ad importunarci!”. Ma la pelle dell’ocelot continua a lisciarsi, segretamente.

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Una mattina di fine gennaio la pelle dell’ocelot si spezza. Appaiono una decina di teste di cuoio della Polizia Federale, irrompono al El Zacatito. Sul tavolo del salotto, ancora al sicuro sotto la plastica polverosa trovano giubbotti antiproiettile, granate, fucili, cartucce per mitragliatrici. Una lista di nomi da tenere sottocchio, figli di imprenditori, medici chirurghi, avvocati, nella valigetta di lei. La famiglia di El Zacatito si allarga così a dismisura, emergono ulteriori personalità, prima in secondo piano, semplici apparizioni, camei, figure di sfondo che salgono dal portone a testa bassa. Un cast sotterraneo. clip.jpg

È la famiglia del Cartel di Sinaloa, azienda leader nell’import-export, con i suoi metodi non proprio convenzionali. La Pelle degli Ocelot si complica talmente tanto che bisogna interrompere le riprese e mandare all’aria il progetto. Ma gli sceneggiatori troveranno altro materiale sui cui lavorare, altri racconti da sviluppare su pellicola, altrove.

Alla pelle preziosa di un’intera nazione, gli Stati Uniti Messicani, invischiata nella propria doppia ripresa, sogno dimidiato, di sicurezza e umiliazione, tra il Serpente Piumato e il Colibrì Azzuro, bisogna solo essere allenati un po’ per poter bucare il nero delle striature. Dentro c’è un groviglio di muscoli da direzionare e una grande beffa da risolvere.

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