I. La teoria acquatica delle cose

Era stata per molto tempo la nera superficie, era stata sospesa, e solo uno strato sottile di bruma sovrana che faceva calma l’acqua perlacea. Non erano le cose in movimento, in urto, lo specchio indistinguibile dal bianco oscurato non si lasciava tagliare dai giri del vento. Quasi non ci fosse nostalgia di dove tutto era cominciato. Era quello l’inizio incosciente, era una notte perpetua e le ombre ingenerate non trovavano un corpo, uno sguardo, una schiena dai quali sottrarsi, ma erano all’inizio di quel tutto, che era un acquattarsi, che era un indugiare, nessuna cosa in piedi, nemmeno un respiro affannato. Ed era quella la prima felicità senza indecisione, senza divenire. Sarebbe bastata solo una pressione, quella cristallina geometria scura si sarebbe spezzata per andare avanti, per spostarsi altrove, ma per ristabilire l’equilibrio. L’equilibrio e il disequilibrio, faccia a faccia nel freddo, ondulare senza colpa e giustizia. Si era certi che tutto fosse in superficie, anche la giustizia, delle cose che si uniscono senza scontrarsi. Gli dei erano altrove per consentire tutto questo, per non mutare le cose, per essere veramente giusti.

Poi come desinenza, la seconda felicità, l’incontro dei corpi, lo sfrangiarsi del movimento, l’intrecciarsi delle cose, ma senza parole, senza gesti, senza toni, l’avventura del silenzio rispettoso. Anche l’urto era un segno del passaggio a nuova vita. Ma durò poco la danza inconfessata. Tutto non era più in superficie, o era più superfici, di scontro. Sorsero l’errore e la verità, avevano il nome bifido di un vento impronunciabile, perché si stava già affogando sotto. La superficie sconquassò la superficie. Il grigio dello specchio divenne bianco, e nero brillante. Si tagliò la membrana pneumatica dove si era condotto il viaggio delle cose, che ancora dovevano essere giudicate, scisse. L’improvviso aveva irrotto nel tragitto, portava come conseguenze la selezione nei corpi, il decimarsi delle scelte, la distinzione, la forza del più forte e la debolezza di ciò che desisteva. Per questo quella prima infelicità condusse a gridare la prima parola, che per quello fu una mancanza, il nome ad un dio che sia ad immagine e memoria dell’altro, che scendeva sotto e si riempiva i polmoni di sangue. Perché fu il sangue che venne dalle onde e nell’appigliarsi i corpi si mutavano e si generavano nuove strategie di salvezza, sotto forma di pulsazione di cuori, polmoni e stomaci. Il sangue che sguaiato fremeva nei corpi, formava e ingorgava le vene, coagulava, cessava, sorgeva veramente nella sua carica di avvertimento, di vita in morte, dopo quella notte di giustizia. Dove si avvertì anche il frastuono, un frastuono che avrebbe bruciato le orecchie. Accompagnato da splendori di luce, che per la prima volta fu luce, una luce solida come un turbine di vetri rotti acuminati che foravano le membrane scure.

Il mattino quindi era sorto nel sonno, nello strazio delle onde rossastre. Apparvero i primi volatili a rilevare i corpi gonfi, a dare alle cose l’inutile benedizione o l’annuncio vuoto di una grazia leggiadra. Così che la prima libertà che annunciarono fu la separazione assoluta delle cose, gonfiate dalla notte. Però nessuno vedeva. Nessuno toccava. Si scontrava, adesso. Per scontrarsi la cosa avrebbe dovuto sentire la paura di perdersi, una coscienza. Nessuno aveva più coscienza, aveva più timore, ancora incoscienza, la ragione dell’equilibrio fa così risalire la nebbia. Quello era il secondo, il terzo inizio, gli dei vollero così, qualcosa era andato storto. Via l’errore, via la verità. L’incosciente lasciarsi trasportare prima, l’incosciente sfregare di un corpo sull’onda che contiene il proprio osso verdenero che taglia. Nessuno vide, fu visto. Certificarono l’avvistamento a posteriori, ricostruendo ipoteticamente il tragitto sulla terraferma. In un groviglio di alghe compatto fu rinvenuto un corpo, al quale consegnare la memoria dopo lo sconquasso delle cose che galleggiavano in superficie. Ma gli dei vollero che il suo divenire partisse appena da lì, dal senza fiato, dallo stremo. Per questo la nascita fra gli uomini sarà in un acqua sporca che si rompe, quando il caso arriva nella sua necessità e fora le membrane, dissero gli dei. Per questo qualcuno pensò che fosse un pesce appena partorito da un ventre di mammifero. Che sapesse respirare sott’acqua, che conoscesse i due lati della superficie che una volta erano compatti. E un giorno ritornare al loro equilibrio, con una faccia rinnovata dalla vera giustizia delle cose, quella che cammina come un bipede e stende la sua ombra gocciolante.

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