II. Marinatos.

Váyase al Carajo!” rintronò Marinatos, grattandosi l’ispida barbetta secca di salmastro. Non sanno più cosa propinarci in questa spazzatura stampata, pensò dopo aver spezzato il collo alla sua prima cicca della colazione. Era un rito, svegliarsi con il petto gelido, perché non riusciva a dormire a finestre tappate per il tanfo e la polvere delle sue stanze, e il sapore di zuppe Campbell liofilizzate e andate a male. E poi sciacquarsi la faccia dopo un sputo acidognolo, tirare fuori dal frigo del caffé torbido avanzato dalla sera prima, bruciarsi le dita col cerino che usava per dare avvio al gas con le piastrelle in cattivo stato, incrostate e sbilenche, riscaldarsene un po’ e tirarlo giù con ribrezzo, accompagnandolo con una Ducados, che sulla lingua mattutina aveva il sapore del catrame incendiato d’agosto, ed attaccare con il mesto sfogliare senza concentrazione della copia giornaliera della Gaceta de Canarias, che un morettino tutt’ossa gli avevano sbattuto sulla porta del suo laboratorio alla prime ore dell’alba.

Oggi se la poteva prendere comoda, fumarsi due o tre Ducados invece di una, imprecare un po’ di più sulla vita impressa nella carta stampata. La sua testa dolorante per la nicotina depositatasi sulle volute azzurre del cervello in quella scorsa notte a fumacchiare alacremente sulle sue carte di ricognizione gli ricordava che poteva indugiare fino alle undici per poi dirigersi al Residence Los Pozos, dove avrebbe dovuto solamente controllare che la pompa facesse il suo dovere, tirando su tutta l’acqua rafferma della piscina e le sue schifezze che intasavano il filtro. Di turisti non ce erano molti, e nessuno usava la piscina in febbraio, solo qualche pazzo ragioniere o contabile inglese in pensione che aveva cominciato ad apprezzare la propria salute fisica troppo in là con gli anni, quando gli si erano formati seni avvizziti come pere cotte e calanti in un contorno orribile di peletti bianchi, vecchietti che si mostravano al mondo ad ogni piè sospinto a petto nudo e con delle mutandine attillate di buona marca. Nel Residence c’era anche qualche vecchia vedova inglese reumatica che, visto il vento forte che tirava di quei tempi a Fuerteventura, non si sarebbe azzardata nemmeno a girare in pareo per gli stabilimenti. Se ne stavano alla pagoda del residence sorseggiando qualche tisana ed alcune schiccherando un po’, lanciando delle ardite occhiate sensuali a Marinatos, occupato a girare in lungo e in largo per la piscina, quasi stesse controllando se qualche essere invisibile, qualche poltergeist dei funghi a piedi, non si fosse spinto fino al pelo dell’acqua per poi depositarsi di nascosto sul fondo.

 

 

 

A Puerto del Rosario rimanevano così attivi solo i surfisti, costanti nel corso dell’anno, con la loro pelle cotta, le loro labbra crepate e truccate pesantemente di burro di cacao al mentolo e le loro ciucche sonore notturne, che Marinatos condivideva per buona parte, senza però entrare troppo nel protagonismo. Erano danarosi quei surfisti, ma certo non se andavano con le loro tavole aerografate a fare surf nella piscina adesso intonsa del Los Pozos. Mancavano i soldi e quel demente di un oroscopo dava a Marinatos pure l’incombenza di grandi rinunce per amore. Lui che, quando aveva potuto, aveva evitato di innamorarsi e che considerava innamorarsi dopo una certa età di una demenza inconfessabile, quasi moralistica. Il Residence aveva dimezzato, metà clienti, ergo metà stipendi.

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3 thoughts on “II. Marinatos.

  1. Un surfista?
    Ieri sera ero ad un aperitivo con un gruppo di surfisti, ascoltavo affascinato le storie di onde crudeli e di viaggi in tenda sotto la pioggia, poi mi sono perso sui tecnicismi: spot, break, line up, leash…

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