La colomba, la rondine e il corvo.

“Si fermò il mare, il vento cattivo cessò e il diluvio si fermò.

Io osservo il giorno, vi regna il silenzio.
Ma l’intera umanità è ridiventata argilla.
Come un tetto è pareggiato il paese.

Aprii allora lo sportello e la luce baciò la mia faccia.

Mi abbassai, mi inginocchiai e piansi.
Sulle mie guance scorrevano due fiumi di lacrime.
Scrutai la distesa delle acque alla ricerca di una riva:
finchè ad una distanza di dodici leghe non scorsi un’isola.

La nave si incagliò sul monte Nisir.
Il monte Nisir prese la nave e non la fece più muovere;
un giorno, due giorni, il monte Nisir prese la nave
e non la fece più muovere;
tre giorni, quattro giorni, il monte Nisir prese la nave
e non la fece più muovere;
cinque giorni, sei giorni, il monte Nisir prese la nave
e non la fece più muovere.

Quando giunse il settimo giorno,
feci uscire una colomba, la liberai.
La colomba andò e ritornò,
un luogo dove stare non era visibile per lei, tornò indietro.

Feci uscire una rondine, la liberai;
andò la rondine e ritornò,
un luogo dove stare non era visibile per lei, tornò indietro.

Feci uscire un corvo, lo liberai.
Andò il corvo e questo vide che l’acqua ormai rifluiva,
egli mangiò, starnazzò, sollevò la coda e non tornò…”

(Epopea di Gilgamesh, Tavola XI, 130-154)

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