Café MIR, Oslo, 26 agosto 2006

Lo stile barocco-perestrojka del café MIR attira Alfredo, per l’assoluta sobrietà dei personaggi che si muovono sul suo sfondo. Pochi punk, sguardi pacati, gioviali studenti in bolletta si accordano perfettamente con lo straripare creativo insito in ogni divano, in ogni parete, in ogni cesso – o almeno nei tre accessibili al suo sesso – del MIR. Ci trovi donne che potresti descrivere come “attraenti, non belle”, probabili candidate di un concorso pubblico in area umanistica, una voce che cade in alcuni toni mascolini, che loro cercano di recuperare schiarendosela con dei colpi di tosse. Tecnici del suono coi capelli rasati e magliette in scala di grigi,o un paio di sneakers bucate ai piedi e l’ultima trasferta massacrante da raccontare, dove hanno dovuto persino montare il palco. Qualche stravagante ragazza dai capelli multicolore ed un piercing al labbro, di pochi giorni perché il foro è ancora rosso, proveniente dalla provincia (Alfredo però non sa immaginarsi la provincia di Oslo come una provincia qualsiasi, se non una sterminata distesa di foreste che giungono quasi a picco sui fiordi, qualche casetta di legno distribuita qua e là… ma quei collage di ovvietà eccentriche, irrequiete da una parte e dall’altra del locale, fanno sicuramente pensare ad un’esperienza fin troppo ingenua della metropoli…).

In un cesso del MIR si trova una riproduzione in scala 1:2 di un Alien, appesa proprio sopra il serbatoio dell’acqua. Sembra si prepari da un momento all’altro ad addentarti i genitali con un balzo e un sol boccone. La parete del bagno è rosso sangue, pulsante, lavica e volutamente imperfetta, granulosa. Sulla parete, emergono dalla lava rossa sognanti cartoline di un’altra epoca, italiane, Capri, Bell’Italia stupida e carosellesca. Accanto ai cessi, che si trovano al piano seminterrato del locale, alcuni biondastri giocano a biliardo e bevono dalle loro bottiglie verdi, brindando coi colli di bottiglia, subito dopo qualche maestria di stecca, e imprecando graziosamente in norvegese.

i Seid non sono malaccio, si adattano anch’essi perfettamente allo sfondo col loro stile nervoso. Peccato che, per oscurare il palco, abbiano coperto quella splendida mappa del globo dai toni accesi e i contorni dorati dei continenti, che mostra il mondo come se avesse stravinto l’U.S.S.R. e regnasse la pace ovunque.

Tutti al MIR fanno strisciare con tranquillità la loro carta di credito nell’apposita fessura per il pagamento della birra. Non girano se non poche monete sul bancone. L’effetto della glasnost’, pensa Alfredo sorridendo.

Anche se la memoria akashica del suo chackra gli suggerirebbe di starsene buono a “strisciare” le carte con gli altri, gustandosi tutto questo etere cosmico, Alfredo ricorda, nella sua memoria ordinaria, di essere stato scosso emotivamente di recente da un conto in banca pari a 215,20 euro, da spendere in una settimana.

Una cifra che, ad Oslo, significa pressappoco: accattonaggio. E che per un informatico senza il minimo senzo pratico come lui si traduce in: morte per stenti.

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