L’E-ching (parte 2.)

Alfredo è sdraito sul letto del Anker Hostel. Si è appena comprato un dolciastro panino al salmone, con salse annesse che sono di gran lunga più insopportabili di una al confronto blanda vinaigrette francese. I norvegesi non paiono cogliere la differenza tra l’accettabile e il marcio per quanto riguarda il pesce, né per quanto riguarda le coperte degli ostelli. Sulla camicia verde a quadri si spargono filamenti di carota unti. Rilegge il passo di Jung per l’ennesima volta, calcando su pseudointellettuali e razionalisti:

“…L’I Ching insiste continuamente sull’importanza di conoscere sè stessi. Hm. Il metodo con cui si dovrebbe arrivare a questa conoscenza si presta ad abusi d’ogni genere. Hm. E non è fatto, quindi, per le persone frivole e immature… Ovvio… come non è fatto per gli pseudointellettuali pseudo-intellettuali e i razionalisti i ra-zio-na-li-sti. E’ adatto solo per persone ponderate e riflessive. Hm. Che si soffermano a pensare su ciò che fanno e sulle esperienze che vivono. Facile a dirsi, Carletto. Non ho una risposta alla moltitudine di problemi che sorgono quando cerchiamo di conciliare l’oracolo dell‘I-Ching con i nostri canoni scientifici correnti. Dovresti. Ma – inutile dirlo – inutile dirlo, mugugna anche Alfredo – tutto ciò che è “occulto” va lasciato da parte. Questo al di là dei Theatre of Tragedy… L’irrazionale pienezza l’irrazionale pienezza di marcio del mio stomaco, pensa – della vita mi ha insegnato a non scartare alcunchè, nemmeno ciò che va contro tutte le nostre teorie (così effimere, nel migliore dei casi). Sospira. Sbuffa, sa di pane unto. O comunque non ammette spiegazioni immediate. Tze. Perfetto!

Chiude il libro, il suo compagno di stanza bergamasco intercetta il suo sguardo. Avrà ancora voglia di parlare a sproposito dei terroni, dopo essersi sparato a staffetta, con un’indefesso sguardo opaco sulle guide, gli inutili musei vichinghi di Oslo? Via, a nannina. E tutto vestito si mette sotto le coperte ruvide, arricciandosi le basette.

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