Muto come un pesce.

La prima reazione spontanea nei confronti dello straniero è quella di immaginarlo come inferiore, perché diverso da noi: non è un uomo, o — se lo è — è un barbaro inferiore; se non parla la nostra lingua, non ne parla alcuna, non sa parlare (come pensava ancora Colombo). Perciò gli slavi d’Europa chiamano il loro vicino tedesco nemec, il muto; i maya dello Yucatn chiamano gli invasori toltechi i nunob, i muti, e i maya cackchiquel si riferiscono ai maya mam come ai «balbuzienti» o ai «muti». Gli stessi aztechi chiamano le popolazioni a sud di Vera Cruz nonoualca, i muti; e chiamano coloro che non parlano il nahuatl tenime (barbari)o popoloca (selvaggi). Condividono il disprezzo di tutti i popoli per i propri vicini pensando che le popolazioni più lontane, geograficamente e culturalmente, non sono neppure degne di essere sacrificate e consumate (il sacrificato dev’essere, al tempo stesso, straniero e meritevole di stima, cioè vicino). «Il nostro dio non ama la carne di questi popoli barbari. Per lui è un cattivo pane, duro, insipido, perché parlano una lingua straniera, perché sono dei barbari»(Duràn, III, 28)” [T. Todorov, La conquista dell’America. Il problema dell’”altro”, Torino, Einaudi, 1992]

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