Anticipazione de “La risolutezza”

Questa una breve anticipazione del racconto che verrà pubblicato nella prossima antologia di Las Vegas Edizioni, in uscita nell’inverno. Sarà un estratto di “Nella Vasca dei Terribili Piranha”, il romanzo.

A velocità sostenuta un ventilatore motorizzato di cinque metri per cinque svolta in piazza San Marco, infagottata dai teloni già segnati dalla verde graduale di muffa a livello d’acqua. Fatica tra la melma quel rosone meccanico, scostando onde tinte di smeraldo e mucillagine, scortato da altre imbarcazioni zigzaganti. Una mano si appoggia alla gomma nera che lo trascina dritto come una coda di pavone e il capitano, con un colpo di reni, balza sopra l’hovercraft del sindaco che interrompe la potenza ronzante delle sue pale, rallentando. Il sindaco se ne sta affranto come un bonzo al centro, dondolando per l’acqua smossa. Tossisce scatarrando, strappando ad intermittenza il velcro dei bottoni della sua tuta impermeabile gialla di plastica da tempesta oceanica, col cappuccio stretto sulla fronte a fermare il sangue.
“Io non ne posso più. Il turismo m’affoga. I cervelli della città m’affogano. La gente sogna uomini-pesce ovunque… Almeno lei mi dia qualche promessa di felicità per domani.”
“In Iran, sul Mar Caspio, hanno avvistato una cosa del nostro tipo qualche anno fa. L’associano a problemi relativi alle condizioni ambientali della zona. In pratica: un attivista mascherato. Il resto è mitologia, roba da buttare… Ma almeno lui non attacca…”

“Iraniani… Ne avranno delle belle di allucinazioni… Io non volevo nemmeno fare il sindaco. Che razza di gioco è questo? Ci lamentavamo per quei cocciuti rivoltacoglioni del Movimento per la Casa. Questi cosa vogliono? Il loro acquario personale?”

“Senti, io sarò abituato a pescare pesci nella Sieve, ma questi son grossi, eh…”
“Gianni… Ci ho pensato” risponde al capitano abbassando la testa e prendendolo per un gomito. “Quale era il centro esatto del mondo per il Rinascimento? L’oggetto di ogni riguardo? Non era né l’arte, né la pittura, né il palazzo… Era un diavolo di bipede spelato. Due gambe due, un cuore che pompa gagliardo ossigeno, due polmoni. Soprattutto: nessuna branchia! Io posso capire che, nelle difficoltà, la gente veda di tutto, ma anche voi adesso…”

Un fastidio dentro l’orecchio lo interrompe. È la laguna, che attacca a gorgogliare, come se stesse diventando d’olio bollente. I gommoni della polizia, dei militari, persino il pesante hovercraft vengono sballottati da un’onda lunga che si gonfia sollevandosi, partendo da via Cavour. Vanno veloci quei corpi, spostando acqua burrascosamente come nel triathlon. Il sindaco cade all’indietro in una capriola storta, riacciuffa una maniglia del gommone. Avverte il vuoto abissale sottostante, un deserto freddo dentro, come se le gambe gli si fossero smaterializzate nel terrore, raggrumate in mezzo al petto, con lo sbalzo del cuore attivato dalla detonazione improvvisa della dentatura, che gli fa comunque ingoiare un po’ di schifo liquido. Ha il sapore del sangue di una gengiva ferita misto a dentifricio. Gli altri gli puntano contro pistole, mitra e fiocine per beccare i corpi che stanno strisciando sotto i suoi piedi. Il sindaco fa cenno di abbassare la guardia, “per l’amore di…”. Viene ritirato su quando la corsa dei pesci si placa, filtrandosi per via Battisti e disperdendosi in Santissima Annunziata. Questa è l’ultima volta che lo vedranno in perlustrazione.

“Di qui in avanti, la gloria a voi miei cari. Io rimango a Palazzo. Io qui purtroppo non vi servo. Sgambettate voi. Fate anche il cagnolino. Ma surclassateli. E poi sputatemi le lische sui piedi”, ordina da dietro la schiena, gonfiatasi e corazzata come un guscio di tartaruga

[continua]

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