Vecchio Oceano.

“Vecchio Oceano dalle onde di cristallo, tu assomigli in proporzione a quegli stigmi azzurrati che si vedono sul dorso martoriato dei mozzi; tu sei un livido immenso sul corpo della terra: amo il paragone. Così, al tuo primo apparire, un soffio prolungato di tristezza, che si potrebbe prendere per il murmure di una brezza soave, passa, lasciando ineffabili tracce, sull’anima profondamente scossa, mentre rammenti a chi ti ama, senza che se ne renda sempre conto, i difficili esordi dell’uomo, quando fa conoscenza del dolore, che giammai lo abbandona. Ti saluto, vecchio oceano!

Vecchio Oceano, gli uomini, malgrado l’eccellenza dei loro metodi, non sono ancora giunti, sia pur aiutati dai mezzi d’indagine della scienza, a misurare la profondità vertiginosa dei tuoi abissi; tali ne possiedi che le più lunghe sonde, le più pesanti, hanno riconosciuto inaccessibili. Ai pesci… a loro è permesso: non agli uomini. Spesso, mi sono chiesto qual cosa sia più facile a riconoscersi: la profondità dell’oceano o la profondità del cuore umano!…

(tratto da Lautrémont, I Canti di Maldoror, I, trad. it. Idolina Landolfi, BUR 2002)

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