La gabbia della melancolia.

In questi giorni mi è capitato per le mani un libro eccellente, con una struttura che viaggia per contrappunti tra sociologia, antropologia e biologia, anche se contraddittorio in certe soluzioni finali. Si chiama La jaula de la melancolia. Identidad y metamorfosis del mexicano, pubblicato per la prima volta nel 1987 per l’editore Grijalbo. L’autore è Roger Bartra. Figlio di esuli catalani, ha studiato Sociologia alla Sorbona, si è formato nella Scuola Nazionale di Antropologia e Storia di México. Lavora, oltre a collaborare con innumerevoli Università spagnole e statunitensi, all’Istituto di Ricerche Sociali dell’università nazionale, dove sto svolgendo la mia ricerca attuale, la UNAM. Bartra propone un taglio critico sopraffino sull’egemonie culturali e politiche in Messico, passando e “irritando” i nomi forti della cultura messicana (Vasconcelos, Paz, Zea, Reyes, tra gli altri) e sciogliendo dittici come quelli della Guadalupe/Malinche e del campesino/pelado, proponedo un canone originale per lo studio della cosiddetta mexicanidad: il canone dell’axolotl. Capirete dunque perchè vi segnalo qui una parte, tradotta, del libro:

“Il romanticismo credette di trovare la soluzione alla tragedia dell’uomo moderno: come trasformare una realtà opaca, oppressiva e prosaica in una soggettività amorosa, spirituale e poetica? La risposta, come la vide Novalis, si trova nell’idealismo magico: il potere magico e meraviglioso dello spirito umano, grazie al desiderio, può trasformare l’universo. In questo modo l’orribile axolotl può essere trasformato in una bella metafora: anche nei fondali fangosi dove vive c’è una speranza di metamorfosi [l’axolotl, ricordo, è una specie di salamandra allo stato di girino, in cui non avviene la metamorfosi, se non in condizioni particolari di stress; N.d.R]; forse un giorno l’anfibio riemergerà all’aria pulita e alla terra florida.

Ma la metamorfosi mai è accaduta, e la metafora è marcita, si è opacizzata. Quindi venne fuori un altro aspetto del dramma moderno che si convertì nel problema che i romanzieri latinoamericani cercarono di risolvere: come trasformare una soggettività opaca, oppressiva, e prosaica in una realtà amorosa, spirituale e poetica? La risposta è stata chiara: il realismo magico è il mezzo per evocare una storia meravigliosa piena di promesse. L’axolotl, nella sua pertinace e infantile negazione al cambiamento, ci rivela un mondo reale meraviglioso dove l‘immobilità può essere una scoperta e la solitudine una forma di evocare l’ammutinamento della nuova specie.

Anche la coscienza nazionale messicana si tuffò nei fondali fangosi della società. Ma il risultato fu il più opaco e oppressivo dei discorsi nazionalisti. Fu necessario fuggire dal più insopportabile patriottismo, in cerca della realtà. Lì fu possibile dedicarsi a una radicale alterità, alla critica, alla dissidenza e alla libertà. Tuttavia questa alterità divenne subito metafora e maschera, e fu necessario fuggire di nuovo. Così due melodie differenti si intrecciarono nella interminabile fuga dell’axolotl. Una melodia cantò la gloria dell’axolotl come espressione della vita. Ma un controcanto ci ha ricordato, allo stesso tempo, che l’anfibio era stato condannato ad essere simbolo, segno e mascara: rimase intrappolato per sempre nella gabbia della melancolia.” (pp. 189-190, op. cit., 2005, edizioni DeBols!llo)

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