Non multa sed multum. Qualità della vita, qualità letteraria / 2

[Leggi la prima parte]

Perché, allora, in Italia, dovrebbe esserci necessità di opere letterarie qualitativamente intense e durature? Perché in Italia c’è una voragine chiamata: carenza di immaginario, collettivo e individuale. Chiamatela tedio, noia, apatia, ma si sta verificando un’atrofia dell’immaginario che molti non possono o vogliono scorgere, perché hanno disimparato a dare valore al concetto di qualità. Dobbiamo però reinventare il nostro immaginario, ovvero il nostro modo di compensare la refrattarietà delle cose italiche con la creazione verbo-visuale, il nostro modo di sfogliare l’opacità delle cose presenti, e guardare oltre, dietro il muro dell’oggettività. E questo andrà inevitabilmente a scalfire la nostra identità tradizionale, un’identità che deve avere una durata. Oggi la letteratura, almeno in Italia, è una forma di sopravvivenza, una consegna al mittente da non mancare.

Carenza d’immaginario, carenza d’identità, carenza di qualità. Carenza di futuro. Non osiamo immaginarci il futuro italico, ma siamo stanchi d’incipriare il presente. La qualità della nostra vita dipende anche dalle opere che i nostri autori coevi sanno e pretenderanno di produrre. Questa è la responsabilità che ci si presenta davanti. Si deve tentare, rischiare tutto, reinventare un linguaggio, captare le emergenze – cioè quello che viene fuori da questi tempi, e manca ancora di parola. E prefigurare le nostre nuove facce, desiderando e recuperando le facce altrui, la nostra tradizione polverosa. Facce di un passato che, oramai staticizzato tra monumenti impercettibili, libri di testo e retoriche varie, ci spinge sempre più verso un futuro già pari a zero.

Intensità e durata, si è detto. Se azzardiamo ad applicarle a una visione magnetica – da campo magnetico – delle opere letterarie, queste prevedono spostamento. Lo spostamento prevede adattamento creativo della forma, ovvero metamorfosi. Questa, lo si è detto fino alla nausea, è una delle qualità costitutive del romanzo, il prodotto della sua origine epico-orale (dispersione assoluta e semina della sua avventura), del suo ibridare generi (il romanzo è un grande cannibale, una tessitura aperta come la tela navajo dell’Emilio Cecchi in Messico), del suo pensare e criticare se stesso (il romanzesco che guarda se stesso, Don Quijote che legge le sue avventure stampate), cercando di acciuffare senza tregua allo stesso tempo quel Reale traumatico che stiamo vivendo – il fantasma della cibernetica calviniana, che non si vede, ma pressa. E, prima o poi, ritorna.

Perché dire Italia oggi cosa significa? Non è qualcosa che ha a che fare con il dolore spettacolarizzato di una progressiva mancanza di qualità di vita? Italia è un’espressione senza referente, un sipario desiderante senza scena desiderata, ma con molti mésententes e différends, disaccordi e dibattiti, con tante tracce e traumi da esplorare. Per questo c’è forse il bisogno di tentare opere metamorfiche, mutanti e cosmiche, che tocchino il cielo universale per riflettere la piccola zolla particolare e redimerla, emisferi dove la nostra faccia – perché noi, italiani, con l’identità, ci rimettiamo pure la faccia – si possa rispecchiare deformata, per scorgere i cambiamenti dei connotati e delle costellazioni, domani. Lavorando di fantasia, irrispettosamente, anche sulla nostra Storia senza capo né coda.

Parlare di romanzo, o di racconto in prosa, di per sé è parlare di qualcosa che non è, ma che sarà, qualcosa di volto al futuro anche se scritto nel passato remoto. Parlare senza timore di qualità, oggi, nella nazione italiana, parlare di complessità, come fanno altri in altri frangenti da altre prospettive, parlare di avventura (come metamorfosi, durata e intensità del nostro raccontare e come potenza dell’immaginario), significa avere fiducia, non solo in noi stessi (cosa che da tempo ci manca), ma anche nella durata della parola. Significa auspicare un futuro duraturo, ma non per questo conservativo, della nostra identità. Un futuro parzialmente libero, temporaneamente autonomo. Diciamo durata, non necessariamente ripiego morale o moralistico della parola. Responsabilità della posta in gioco, non civismo sbandierato e, quindi, spettacolarizzato.

Le nostre opere, in questo orizzonte di senso in modificazione repentina, saranno l’arco perfetto e intagliato pronto a risuonare, la freccia sarà il nostro occhio critico pronto a fendere l’aria, la qualità sarà l’intensità con cui tiriamo la corda e lanciamo. Seppure nel disastro dell’immaginario italiano, un punto d’appoggio e un tentativo per essere buoni arcieri ancora dobbiamo e possiamo farlo. Anche da una posizione sbilenca, minoritaria, ridicolmente caparbia.

Alessandro Raveggi e Enrico Piscitelli

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2 thoughts on “Non multa sed multum. Qualità della vita, qualità letteraria / 2

  1. Allora.
    Per prima cosa, voglio dire che mi sento molto vicina a questa affermazione di Alessandro e Enrico: «Parlare senza timore di qualità, oggi, nella nazione italiana, parlare di complessità, come fanno altri in altri frangenti da altre prospettive, parlare di avventura (come metamorfosi, durata e intensità del nostro raccontare e come potenza dell’immaginario), significa avere fiducia, non solo in noi stessi (cosa che da tempo ci manca), ma anche nella durata della parola».

    Ma vorrei anche dire che io di qualità ne vedo, nelle scritture che leggo.
    Mi sono anche stancata di sentire così spesso che le cose pubblicate sono brutte, scritte male, insignificanti, inutili e dannose.
    Non è per forza vero. A volte ti colpisce una copertina, la tattilità della carta, una frase minuscola che leggiucchi sfogliando il libro e poi non ritroverai mai più, una suggestione visiva o sensoriale che ripeschi da chissà dove; così, per uno di questi motivi, decidi di acquistare un libro di cui non hai letto alcuna recensione, alcuna notizia, niente di niente, e scopri che è un piccolo tesoro.
    Succede. E succede anche spesso.
    E credo che siamo tutti abbastanza adulti da poter contare su una serie di segnalini che ci mettono in guardia – con buona ma non sempre perfetta efficienza, per carità – evitandoci di acquistare stronzate colossali.

    Quel che mi pare che manchi al quadro d’insieme è – questo sì, purtroppo – la «comunità», un’idea di «comunità» gentile e benevolente, o perlomeno non feroce e massacrante. Mi sa che in mezzo c’è un sacco di spazio agibile, no?
    Ma forse chiedo troppo.

    E poi.
    Le vostre frasi che ricopio qui di seguito mi hanno colpito come uno zott.
    Sono – credo – le cose più convincenti che ho letto da tempo sul senso dello scrivere, sul senso della qualità e sul senso del – chiamiamolo così, ma altrove (poi dico dove) c’è qualcosa che chiarisce meglio il punto – successo.

    Perciò, grazie.
    Veramente grazie.

    E ora, la copiatura (non per caso, tra l’altro, parlate di «comunità»):

    1. «La qualità della vita è così poter pensare alla propagazione, e metamorfosi, della mia vita, e della mia opera, domani. Ed è qualcosa che ha a che fare dunque con la possibilità (non l’obbligo) di fare figli, di riconoscersi in un’alterità che nasce dal nostro ventre».

    2. «Questo per dire che qualità non è possesso, una eudemonia: la qualità non si possiede, ma si produce, si narra, si propaga, si consegna e si perpetua, potendo guardare al di là del presente».

    3. «La qualità letteraria è un insieme di forze che producono un effetto d’intensità, una durata che garantisce la possibilità di trasmissione. Effetto sul lettore, effetto sulla comunità, effetto sul futuro».

    Sulla questione mi ero interrogata anch’io, da un altro punto di partenza, a questo link: http://www.federicasgaggio.it/2009/09/lidentita-e-lo-statuto-di-uno-scrittore/

    Quanto alla questione economica, temo che non sia possibile uscirne con poche parole facili facili.
    Fino a che il numero di copie vendute, in barba a qualunque altra considerazione, sarà la misura della qualità, chi scrive farà bene ad avere un reddito alternativo, o – per meglio dire- un reddito «vero».

    Piuttosto, a volte mi viene il sospetto che il problema sia nel fatto che a fare la differenza è l’abilità di costruzione di se stessi come personaggio e del proprio libro come un prodotto.
    Ma questo, come qui sopra mi pare sia già stato detto, attiene assai più al «potere» che alla qualità o alla remunerazione della qualità.

    (Infine, e tra parentesi. Sui trentacinquenni considerati «giovani».
    Vero. Assurdo.
    Ma dal punto di vista sociologico i trentacinquenni sono spesso a carico dei genitori, vivono a casa con madri e padri perché in giro non c’è granché da guadagnare.
    E allora, che facciamo? Li escludiamo dal mondo degli adulti e pure da quello dei giovani?
    No, domando).

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