La rivolta sbagliata di Jan il Pesce.

Questo è un estratto del romanzo. Punto e basta. Parla di quando le cose, nell’avventura, cominciano a capovolgersi, il Pianeta rivoltato negli abissi. La rivolta di Jan il Pesce, a Berlino.

 


II.

Ognuno sembra scagliarsi selvaggio sul proprio oggetto idiosincratico della teoria che si è architettato in testa. Le ragazze più giovani, alcune delle quali indossano pesanti anfibi militari, hanno la testa mezza rasata e il seno compatto sotto il mento, decapitano i tritoni che stanno attorno alla struttura smeraldina a cono rovesciato, ringhiando e azzuffandosi l’una contro l’altra ad unghiate e calci. Squillano in derapate prolungate. I ragazzi, la maggioranza dei quali indossano invece già i goggles col gorgo acquistati assieme alle magliette prima dello spettacolo d’inaugurazione, orinano a gambe larghe spudoratamente nei buchi degli zampilli delle fontane, saltano ululando con tutto il peso possibile del corpo, fino a spezzare in due le onde sporte come trampolini arricciati. Danno anche fuoco ai supporti della pedana centrale fino a farla franare di sotto, dove, scoperto il trucco, sganasciano anche il meccanismo di entrata, la carrucola e le altre catene, l’attrezzo dal quale avrebbe dovuto spuntare in trionfo il loro eroe, salendo su da quel cono rovesciato come da un vulcano sottomarino, con le pistole spara-coriandoli argentati già pronte a azionarsi in circolo per nutrire l’enfasi dello svelamento.

Alcuni degli avventori prendono spunto dalle fiammelle degli accendini di quelli, e bruciano le magliette con il logo di Jan il Pesce del Nordsee, lanciandole in aria arrotolate come rificolone finite male. Qualcuno si aiuta con un coltellino svizzero, per sfigurare le cascatelle in geroglifici incomprensibili e dà gomitate ai pochi addetti rimasti strenuamente, che cercano di salvare il salvabile, almeno della struttura portante, dopo essersi fatti sei e passa ore di montaggio. Una donna pare che stia letteralmente mangiando i connotati ad uno degli addetti, mentre un tizio un po’ losco col cappello di lana le fa delle foto, e fa foto a tutti i fattacci violenti, come soddisfatto. Qualche anziano più pragmatico cerca inviperito, con la bava alla bocca e i pugni alzati, la cabina di pilotaggio, per trovare i veri colpevoli di questa grave mancanza. Se ne sono andati.

Mentre altri, ben poco accorti, impiegati statali sull’orlo della pensione, stanno tirando via i cavi dell’impianto ancora acceso sotto la pioggerella -ci mancava solo quella per indispettirli- che sta gocciolando, alimentando la follia nel proprio fastidio metodico. Due neri si aggrappano alle orecchie l’uno dell’altro e si gridano contro, valzerando assieme da una parte all’altra, e schivando il baldacchino delle bevute, che si scompone sulla calca in modo ignobile, spezzandosi sulle schiene della gente e vomitando il suo contenuto, le sue salse e i suoi liquidi rossi e bianchi.

«Ti dico, imbecille, che è pesce dalla testa in giù» dice uno di quei neri che balla con l’altro.

«No, imbecille, è dalla testa in su.»

«È pur sempre un essere razionale.»

«E secondo te come cammina? In punta di pinna, cretino, il tuo essere razionale?»

Sono la manifestazione conglomerata che non si può staccare la spina di netto quando l’immaginario nelle teste muove appena i suoi ingranaggi, bisogna oliarlo fino in fondo per non rischiare che si congestioni e spezzi, raffreddandosi in una scepsi efferata.

La folla ha un colore grigio da ratto, opaco, fangoso. Le sole cose che scintillano muovendosi sono le braccia che si fanno strada sfarfallando a vuoto e impugnando armi bianche di fortuna: pinne, pesci spada, code, cavallucci marini usati a mo’ di boomerang. Oltre a quello scintillio, si notano le confezioni di plastica degli hamburger di frutti di mare compressi che volano. Alcuni gruppi si coagulano con la faccia segnata dal sangue attorno a degli obiettivi sporgenti, per poi uniformarsi e perdersi nel caso grigio scuro. Nel clangore delle voci si spegne, ruttando, la musica da colonna sonora, oramai passata in secondo piano, con l’epica anfibia recitata con un leggero effetto di gorgheggio marino, che impasta un cassa-rullante basilare, sgranato e riverberato, in un flanger strozzato.

Tutti, proprio tutti, vogliono respirare sott’acqua…

Solo dei bebè che si gingillano appollaiati alle braccia dei genitori, i quali, mantenendosi ai margini, scagliano coi piedi solo lattine contro la stessa folla indistinta dal proprio obbiettivo, sembrano accorgersene. Pur non piangendo d’orrore per il boato animalesco persistente di quella piazza sfigurata, corrugano le sopracciglia rosa. E ancora di più, sviluppando una faccia adulta da comico contrariato dalla risposta fredda della platea, fanno stillare qualche lacrima di rabbia, quando quattro camionette blindate inchiodano all’unisono dietro di loro e fanno sobbalzare i genitori.

Celermente, aprendo i portelloni e balzando fuori, gli antisommossa raccolgono i manganelli in aria, cominciano a sventolarli arrampicandosi sulla folla, camminandoci sopra a balzi famelici e strattonando via alcune persone che stanno sradicando delle anfore.

Uno dei responsabili tra gli antisommossa, quello vestito più leggero in una divisa color ramarro, non con tutto l’armamentario, e l’elmetto tirato su, mentre dà deboli botte di routine qua e là a casaccio, invoca invano gli organizzatori, con gesti da guardalinee che non vengono raccolti da alcuno sguardo. Un suo subalterno si ferma con la verga nodosa e sbianca a pochi centimetri della faccia di un bebè, che esplode come una mina incontenibile. Il subalterno cerca di raccattarne i pezzi, quando viene colpito sulla schiena da un pezzo di onda-scivolo e si accascia, mentre una donna itterica grida vittoria, salterellando in circolo e alzando il dito medio d’entrambe le mani.

Il colore torvo degli antisommossa si è aggiunto come del bruciato rassegato al grigio fluido del pubblico, tracimato dopo la delusione di non aver visto il motivo della loro presenza emergere dalle profondità del palco con la sua forza redentrice.

«Mi spiegate che diavolo è successo qui?» fa il responsabile degli antisommossa.

Un incaricato del Nordsee, contrito e minuscolo, lo prende finalmente da una parte, tirandolo giù dall’agglomerato di persone sul quale il poliziotto sta ritto come un trionfatore che ha perso la bussola, ma deve far vedere che è tutto sotto controllo. A testa bassa, l’incaricato, come se volesse essere battezzato dal manganello, attacca una serie di spiegazioni, lamentando la fuga degli organizzatori dello spettacolo d’inaugurazione della nuova mascotte del Nordsee. Non proprio una mascotte, gli spiega.

«Come sarebbe a dire che devo immaginarmi il Concilio di Nicea?» sbotta allibito il capitano degli antisommossa.

«Mi faccia vedere intanto i permessi per la distribuzione del cibo» aggiunge, seguendo con gli occhi il volo a colombella di un pezzo d’hamburger impregnato barbaramente di ketchup.

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