Nuovo estratto da “Nella vasca dei terribili piranha” (Effigie, 2012), letto per la Giornata del Libro 2012

La palla fa il suo primo giro irreale alle otto in punto, scocca l’ora rimbalzando sulla piastrella sbeccata davanti all’appartamento 303. Il suo palpito sta per appropriarsi della corrala come un detonatore persistente, che smania di crescere. L’edificio, attraversato da crepe strutturali, si scuote così rilasciando i suoi abitanti, tediosamente. I bambini si incrociano e schivano coi tricicli nel patio, sul quale tutte le finestre si affacciano, alcune ricoperte di tela trasparente e rotte da tempo immemore. Spuntano le prime armi verdi e gialle, di plastica, le prime funi per il salto della corda e i primi abbracci, coi sacchetti vuoti della spesa che si sfregano confidenti come polmoni secchi. I lavoratori con la bocca impastata si salutano uscendo l’uno di fianco all’altro, soldatini svogliati e cisposi.

E quella palla detonatore intanto prende energia, appena un minuto dopo, e per i corridoi si diffonde di un tumulto preciso e costante, ascendente e discendente, che va dal primo all’ultimo piano e poi ridiscende. Le porte degli appartamenti che si aprono sventagliano l’olezzo del brodo di pollo fatto cuocere e ricuocere, con la pastina sommersa che si sfalda sempre più. A questo, da qualche decennio, si è aggiunto l’agrodolce dei cinesi e un po’ di terroso dei magrebini, ma l’orgoglio del brodo di pollo sembra vincere, e alla sera si fonde in un matrimonio d’intenti con l’uovo marcio e la candeggina acuta. Quel brodo cosparge la propria gelatina invisibile sul quartiere Lavapiés, incrostandosi per le salite e confondendosi con un po’ di caldo, quello primaverile, sospirato dai negozianti che aprono mantenendo lo sguardo basso e guardingo. Il brodo è una coscienza gialla e camuffata che attraversa le generazioni nel quartiere. Alcuni anziani, nella penombra creata dai balconi soprastanti, ciondolanti sulle sedie di plastica, alcuni con addosso le maglie del Real, sorvegliano rigati in viso giorno per giorno la propria corrala, come un buco nel terreno da dove non si può risalire per vedere la luce, il mondo vero, senza minestre né ammoniaca né deodoranti acuti di pessima marca, che segnano le camicie sotto le ascelle in graffi bianchi. Lì rimane sonnecchiante il loro mondo sotterraneo, al centro degli sguardi al di là dei battipanni, del deflagrare del volume dei telegiornali, delle grida che trapassano le pareti in rimbombi orribili. Sono condannati, ma anche sicuri guardiani, mentre si grattano l’interno coscia, fino a far passare distratta la mano sul pube.

Quello che si sente non è il battito, pur presente, dei panni, non è battito di mani feroci, per richiamare, non è l’applauso del pubblico che cerca di indovinare la risposta, fritto nelle televisioni economiche Mivar, ma è il battito della palla dei gemelli guatemaltechi che si riscaldano, per sgorgare fuori nelle strade. Palleggi e trotti sulle balaustre e lungo il muro, con rapidi tocchi dei piedi, massaggiando una pasta invisibile, lievitandola nell’aria. I piedi non vengono colpiti dalla palla di ritorno, ma sono pronti a riprenderla quando vogliono.

«Sei pronto, zio?», chiede un gemello all’altro, ingrugnendo la faccia marrone.

«Quasi pronto, zio.»

«Andiamo, dai, zio, fa già caldo, mi si appiccica la maglietta», fa il primo, che si sistema la maglietta nei pantaloni corti.

«Aspetta, zio. Ho ancora i muscoli tesi», dice il secondo, forse un po’ più basso, muovendo le braccia in tremiti.

«Sciogliti, zio, sciogliti, quello che ti pare: che a me stanno già sciogliendosi i coglioni ad aspettarti.»

Un dialogo che accompagna esattamente metà della velocità d’andatura del palleggio frontale, a bordate, col collo del piede destro che assorbe l’urto e respinge, in una distribuzione delle forze da manuale. La rete dei loro commenti lascia spazio per il tonfo, e accompagna il leggero fruscio prodotto dalla palla. Uno dei due gemelli si smarca dalla palla appena lanciata, la recupera di tacco e la palleggia stizzita dietro la schiena, tra tacco e nuca. E sono ancora al quarto piano, con una mano appoggiata alla balaustra, come non fosse successo niente, circondati dalle fantasmagorie della palla.

Juan, a metà mattinata, intorpidito dagli acidi e dalle soluzioni, torna ora dal Mercato nell’abitazione condivisa. Sente quei tonfi, che sono come le campane di un’illuminazione costante. È il suo battito morse, è tutto quello che sa di ritrovare, prima di gettarsi a riposare sul suo cartone Chiquita, mettendosi tra le due parentesi di cartone, sbavandosi sul petto e ricevendo il Tum, il Tu-tum, il Tu-tu-tum, oltre alle lallazioni degli abitanti dell’edificio. Entrato con gli altri nell’appartamento 300, difende coi denti il proprio cartone e cerca uno spiraglio di luce dal finestrone oscurato, come potesse ricavare ossigeno dalla luce. Tra quelle parentesi, ha imparato a selezionare i suoni stridenti, rimbombanti, che provengono dalle altre teste, che si posano poi come lepidotteri sulla sua testa, sbattendo ferocemente le ali.

Lui li può sentire, quei pensieri.

Quando lavora al Mercato, invece, chiude la porta delle orecchie e si riempie solo di un sibilo, uno stand-by perforante.

Quando lavora al Mercato, non li sente più.

«Non te la rendo, zio, se non sei pronto.»

«Sì, son pronto, zio, son pronto», fa l’altro, roteando il collo.

La palla ritorna al piede e viene lanciata giù per i corridoi, per le scale, con loro che la seguono serrando i passi sugli scalini e sbuffando correttamente con la respirazione. In una vertigine di colpi che si estingue al piano terra, escono dal portone d’entrata della corrala, battono il primo colpo cittadino di palla sulla cassa di arance vecchie, col fruttivendolo orbo che oramai non fa più caso, raccoglie le arance mugghiando per la schiena piegata, e pensa «andassero almeno a lavorare, ‘sti stronzetti guatemaltechi…»

Juan adagia il lembo di cartone sul muso e gli pare quasi di poter sognare, con le narici corrotte e le braccia indolenzite e livide. Il codice morse se ne è andato in un vortice.

I due guatemaltechi hanno quel loro codice fatto di tonfi, piroette e abilità, per salutare, annunciarsi o farsi beffe con gli abitanti del quartiere. Salutano la lavanderia con tre colpi netti sul vetro, due flosci sul distributore automatico della tabaccheria fanno enunciare alla voce di donna il suo messaggio «prodotto esaurito, riprovi». E nel bar noto in tutto Lavapiés per le zeppe ammuffite di frittata, servite nei piatti ingrigiti e smerigliate dai vari colori delle piccole slot-machine, ciò che è da loro riservato è un ponderato scorrimento inquietante della palla, nel bancone vuoto, che a volte scaraventa a terra qualche bicchiere, sulla moquette da dentista che il bar si è azzardato a proporre da qualche mese.

È il segnale inconfondibile: si possono controllare gli orologi, che sono quasi le otto e venti. E che arriveranno presto alla strada colma di cinesi. Coi cinesi, il loro codice muta, non per diffidenza, ma per curiosità: i palleggi si fanno talmente fitti, che pare abbiano due palloni di cuoio rovente, ognuno nel proprio piede. Si parano accigliati ad osservare gli ideogrammi cinesi, ad inventarsi le traduzioni. I cinesi si attestano dall’altro lato della strada, con le loro fessurine a metà, guardando attraverso le due figure con il pallone ubiquo, e poi tornano a lamentarsi dei rifornimenti mancati, con le rispettive compagne.

I gemelli irrompono già in nuove esili e caotiche vene grigie del quartiere, che oggi ha finalmente riaperto, sornione, gli occhi al sole.

«Arriviamo fino alla metro, zio?»

«D’accordo, zio.»

«Tutta di tacco, zio?»

«Facciamo, zio, che io avanzo di Cuauhtemiña. E tu mi smarchi con una bicicletta di Pelé!»

«Avanzare, zio, con delle semplici rabone?»

«Brutto, zio»

«Vada per la bicicletta di Pelé, zio, purché si pedali.»

«Passiamo da Calle de la Caravaca. Zio: voglio le gelatine.»

Chiamano l’attenzione della piccola ragazza cinese appassita dietro il banco, con due colpi secchi alla base. Impugnano le palette, si servono direttamente nelle tasche ed escono contendendosi la palla con il naso.

Mangiano quello che possono a pranzo, qualche spuntino e un succo di frutta tropicale, non staccandosi dal palleggio anche da seduti. Nel pomeriggio si uniscono ai loro accoliti per alcuni spettacoli, in cui quei quattordicenni assistono a bocca aperta e imprecano d’invidia ai loro palleggi sulle mani – camminando sulle mani, palleggiano la palla in aria e la trattano con sicurezza, nella mossa chiamata à la Huevos Revueltos – fino ai loro passaggi sul filo del pomo d’Adamo – fanno ruotare la palla tenendola sospesa tra la testa, le orecchie e il pomo d’Adamo, nella mossa à la Barbilla. Poi, di nuovo, congedata freddamente la selva di bocche, spalancate come note di un pentagramma tirato, nell’edificio smesso che odora di alluminio fradicio, sono a tastare la mappa della città, battendo sulla schiena di Madrid come un pediatra, auscultandone la salute e la crescita, con la palla. La loro palla, come una benedizione, sorvola sognante i boccioli già pronti della Rosaleda del Parque del Retiro, trotterella baldanzosa per le scale del Centro Cultural de Plaza de Colón, per riannodarsi affamata tra i pioli delle strade di Lavapiés. Se rincasano per cena c’è il nonno con i batuffoli di cotone nel naso impregnati sangue, che li aspetta sbuffando e shakerando il telefono in mano come a minacciarli di chiamare i loro veri genitori d’oltreoceano. Di rispedirli diretti a Chimel. Altrimenti, non si fanno vedere prima delle dieci di sera, col sudore rappreso nelle magliette e i commenti sulle giocate, i replay a vuoto, senza palla, con una faccia da santerelli dispiaciuti. Il nonno è già lì che ronfa sul divano, mentre Madrid lentamente si acquieta, riassorbendo il brodo di pollo nelle proprie ossa. La nonna guarda l’altro telefono, quello antico a forma di topo schiacciato da un tir, con gli occhi spalancati nel buio della esigua camera da letto, sospirando che un giorno i due gemelli metteranno finalmente la testa, o almeno la palla, a posto. La palla che adesso dorme soddisfatta, sul suo cuscino personale e prediletto, un cuscino firmato dal miglior calciatore freestyler al mondo, Soufiane Touzani.

Juan si stira, pelle di cartone rotta sotto coperta di cartone rotto e sciancato. Aspettando che arrivino a bussare alla sua porta sonoramente, la mattina successiva. I lepidotteri sonori si posano finalmente e si acquietano sulla sua testa, fermargli di stoffa gentile. Lui è divenuto il guardiano dei lepidotteri, perché solo lui può raccogliergli nella sua testa, la sua mente nella mente degli altri.

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