24 ore senza di Noi, ovvero: Spingere, spingere, spingere.

L’Italia è fatta di migranti: di migliaia, milioni, di stranieri in Italia, lavoratori, studenti, precari, illegali. Di migliaia, milioni, di italiani all’estero, in esilio, lavoratori, studenti, precari stanchi di una situazione ridicola. Oggi siamo tutti migranti, stranieri perché estranei al clima d’odio, fabbricatori, estranei al suo sistema telecoercitivo, di una nuova Italia. Oggi ci vestiamo di giallo: colore della vitalità, colore dei pazzi, colore della rinascita.

Raymond Federman (1928-2009)

Raymond Federman, dopo una lunga malattia, ci ha lasciati lo scorso 6 ottobre 2009, all’età di 81 anni. Scrittore estroso, critico acuto, esperto di Samuel Beckett, ci consegna un vuoto (lui che giocava spesso coi pieni e coi vuoti della scrittura) che solo gli storicisti più ottusi potrebbero mancare di osservare, sclerotizzandolo sotto l’etichetta pur interessante dell’Avant-Pop. La lunga produzione di Raymond, che ho avuto occasione di conoscere per via telematica nel corso della traduzione del suo saggio “Surfiction: Fiction now and tomorrow” (apparso su “Re: Oltre lo zero”, Zona, 2005 e su “Best off 2006” di minimum fax), può essere vista qui. Ricordo con affetto la disponibilità e l’acume con cui Raymond rispondeva, sempre prontamente, alle mie domande. Qui un altro saggio di Raymond Federman tradotto in italiano sul futuro della letteratura. Un saggio su Ronald Sukenick di Raymond Federman è stato tradotto da Lorenzo Orlandini sempre per la rivista Re:. Continua a leggere

Voi amate il mare, capitano?

ventimila-leghe-sotto-i-mari“Si! l’amo! Il mare è tutto. Copre i sette decimi del globo terrestre; il suo respiro è puro e sano; è l’immenso deserto in cui l’uomo non è mai solo, poiché sente fremere la vita accanto a sé. Il mare non è altro che il veicolo di un’esistenza straordinaria e prodigiosa; non è che movimento e amore, è l’infinito vivente, come ha detto uno dei vostri poeti. Infatti, signor professore, la natura vi si manifesta con i suoi tre regni: minerale, vegetale, animale. Continua a leggere

La gabbia della melancolia.

In questi giorni mi è capitato per le mani un libro eccellente, con una struttura che viaggia per contrappunti tra sociologia, antropologia e biologia, anche se contraddittorio in certe soluzioni finali. Si chiama La jaula de la melancolia. Identidad y metamorfosis del mexicano, pubblicato per la prima volta nel 1987 per l’editore Grijalbo. L’autore è Roger Bartra. Figlio di esuli catalani, ha studiato Sociologia alla Sorbona, si è formato nella Scuola Nazionale di Antropologia e Storia di México. Lavora, oltre a collaborare con innumerevoli Università spagnole e statunitensi, all’Istituto di Ricerche Sociali dell’università nazionale, dove sto svolgendo la mia ricerca attuale, la UNAM. Bartra propone un taglio critico sopraffino sull’egemonie culturali e politiche in Messico, passando e “irritando” i nomi forti della cultura messicana (Vasconcelos, Paz, Zea, Reyes, tra gli altri) e sciogliendo dittici come quelli della Guadalupe/Malinche e del campesino/pelado, proponedo un canone originale per lo studio della cosiddetta mexicanidad: il canone dell’axolotl. Capirete dunque perchè vi segnalo qui una parte, tradotta, del libro: Continua a leggere

Alcune pagine su Il Primo Amore

“Il 6 di Rue Fromentin”

L’ampio divano sul quale quattro prostitute dal viso animalesco si annoiano con professionalità è un fegato ardente, i suoi cuscini come tranci irregolari di carne enfiata trasudano di umori. Ce n’è una quinta, di mezza età e ben conservata, che alla noia ha sostituito la calma. Come una mano invisibile, la calma l’ha spinta sul fondo e ha indugiato sulla sua postura, piuttosto che sul tedio di gruppo. La signora paffuta, con le mani in grembo e i capelli raccolti come una governante al primo appuntamento di lavoro, guarda fissa davanti a sè. Non ammicca né a un ospite gentile né a un indiscreto avventore. Opera di segno contrario rispetto alle sue compagne, che sono scattanti al consumo delle carni, vogliono essere dilaniate, godute, anche se si stanno offuscando in alcune smorfie circospette. La governante ha invece una lingua ponderata, di virgole con la capocchia rotonda, non di esclamativi e sbraiti. Il suo vestito è una coltre di fumo nero, le sue spalline si sfilacciano in cirri nervosi sulla sua pelle, che porta macchie acide, cagliate. Comunica con una giovane donna malese dai capelli di ruggine, che tiene sollevata la veste, mostrando forse parte del pube, come le ostendesse una ferita incurabile. La governante, senza distogliere lo sguardo dal fuori, le parla in segreto attraverso riverberazioni, tratti d’aria che arrugano lo spazio libero dagli ornati e dai capitelli carichi di porpore e di verdi, che dominano la parte sinistra della stanza.
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